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L’inizio della seconda guerra mondiale, e in
particolare i primi combattimenti del settembre 1939
in Polonia a seguito dell’invasione nazista, sono
stati spesso descritti in modo impreciso o
apertamente falso. Descrizioni che successivamente
hanno costituito una vulgata pseudostorica dura a
morire.
Il
luogo comune più diffuso, soprattutto nella
storiografia occidentale, ma anche nell’immaginario
collettivo di molti polacchi, è quello secondo cui
la Cavalleria polacca avrebbe velleitariamente
suonato la carica contro i carri armati tedeschi
invasori, risultandone ovviamente sconfitta. Attorno
a questa carica, mai avvenuta, è cresciuta col tempo
una sorta di mitologia sull’eroismo polacco,
alimentata da racconti e da testimonianze dirette.
Come è
nato questa leggenda militar-popolare? È nata per
colpa di alcuni autorevoli corrispondenti di guerra
italiani i quali, nel settembre ‘39, pur tenuti
lontani dalla prima linea di combattimenti,
arricchivano le loro trasmissioni con racconti di
cui non erano stati testimoni. Racconti non veri ma
verosimili e comunque capaci di rendere le loro
corrispondenze più emozionanti, più colorate si
direbbe oggi. Purtroppo per i polacchi uno di questi
corrispondenti italiani era il più autorevole
giornalista italiano, Indro Montanelli, che soltanto
dopo quarant’anni confesserà di non essere stato
fisicamente presente alla carica, ma di aver
raccolto testimonianze di chi la dava per certa.
Quale emozione più grande poter raccontare di una
cavalleria eroica che attaccava all’arma bianca i
panzer d’acciaio del nemico?1
Pochi
si accorsero allora che tale racconto era stato
immediatamente ripreso dalla propaganda tedesca che
lo usava per dimostrare “che il popolo il cui
esercito carica con sciabole e lance i carri armati
altro non poteva essere che un popolo, sì generoso,
ma primitivo, che ignora l’esistenza delle nuove
tecnologie, mentre gli ufficiali che impartiscono
ordini così insensati altro non potevano essere che
poco intelligenti e irresponsabili”2.
Lo
scopo nemmeno tanto recondito era rendere ridicoli i
soldati polacchi e presentarli come fanatici senza
senno. A tale scopo prepararono anche un
documentario intitolato “Feldzung in Polen” (La
campagna polacca) in cui, accanto ad immagini
autentiche, ne furono inserite altre, fabbricate in
studio, che mostravano appunto soldati in uniformi
polacche che attaccavano a cavallo i carri armati.
Per colmo di tragica ironia un grande regista
polacco, Andrzej Wajda, nel suo film “Lotna”3 (1959)
ricostruì questa scena e la inserì nella sua opera.
La
scena di questa carica della cavalleria polacca
finiva con uno spettacolare quanto assurdo colpo di
sciabola contro il cannone di un panzer. L’effetto
era assicurato4.
Per
molti anni ancora questo luogo comune - “delle lance
contro carri armati” - veniva usato e rilanciato
dalla propaganda staliniana per mettere in cattiva
luce la Seconda Repubblica Polacca come uno Stato
con un esercito arretrato e ufficiali incapaci.
Con la
complicità, consapevole ma anche inconsapevole, di
giornalisti, scrittori, letterati e artisti fu più
volte ripreso sulle pagine di libri e di riviste,
diventando così verità incontrovertibile e
addirittura simbolo del carattere della nazione.
Esattamente quello che si voleva da parte dei
nazisti e (in seguito) dei comunisti.
Quale
era, invece, la realtà dei fatti? La cavalleria
polacca, tranne poche eccezioni, combatteva a piedi,
e il cavallo serviva principalmente come mezzo di
trasporto. I carri armati tedeschi furono affrontati
con piccoli cannoni anticarro da 37 mm, facili da
manovrare e prodotti in Polonia, che non riuscirono
comunque a fermare l’avanzata del nemico
militarmente molto meglio armato. Una realtà più
semplice, non meno eroica come sanno i polacchi che
ne furono protagonisti, ma certamente più prosaica
da raccontare.
Il
fatto di usare la cavalleria nella campagna del
settembre 1939 non era né anacronistico né tanto
meno costituiva prova di arretratezza. I tedeschi,
infatti, temevano la cavalleria polacca soprattutto
per la velocità e l’imprevedibilità dei suoi
spostamenti5. Anche la Wermacht all’inizio della
seconda guerra mondiale non era del tutto
motorizzata e nel settembre 1939 disponeva di circa
mezzo milione di cavalli6.
Per la
Polonia diventa sempre più doveroso confutare
finalmente questi luoghi comuni, così fortemente
radicati nell’immaginario comune. Si tratta infatti
di rimettere in piedi la verità storica e smettere
di descrivere le prime settimane di guerra come “una
sconfitta pur sempre eroica e valorosa”7. La
resistenza polacca all’invasione nazista fu vera,
forte, certamente eroica, ma non velleitaria. Se
analizziamo, tanto per fare un esempio, le cifre
delle perdite tedesche sul campo, in quel primo
attacco che segna l’inizio della seconda guerra
mondiale, possiamo dire che i tedeschi “hanno subito
più perdite di uomini e macchinari che durante la
campagna francese e britannica del 1940”8.
Anna Kwiatkowska
(trad. Beata I. Brózda)
1 Włodzimierz
Paźniewski: Z lancą przeciw niewiedzy [Con le lance
contro l’ignoranza]. “Gość niedzielny”, 24.X 1999r.,
p.16.
2 Jerzy Ślaski:
Ostatni rozdział eposu polskiej jazdy [L’ultimo
capitolo dell’epopeia della cavalleria polacca],
“kierunki” / 35 2.IX 1979 r. p.7.
3 Leon Bukowiecki:
Wspomnienia kinomana. [Ricordi di un appassionato di
cinema]. Spółdzielnia Wydawnicza ANAGRAM, Warszawa,
1977.
4 Zbigniew Załuski:
Siedem polskich grzechów głównych
[Sette peccati
cardinali polacchi], Iskry, Warszawa 1968.
5 A. Zawilski: Bitwy
Polskiego Września [Le battaglie del Settembre
Polacco], Warszawa 1972.
6 W. Paźniewski, idem
p.16.
7 Adam Zamojski:
Własną drogą. Osobliwe dzieje Polaków i ich kultury.
[Sulla propria strada. Le sorti particolari dei
Polacchi e della loro cultura] Wydawnictwo “Znak”,
Kraków 2002, p. 359.
8 Ibidem, p.360.
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